
L’inconscio dello schermo
Il filosofo e psicanalista sloveno Slavoj Žižek alcuni anni fa girò un film intitolato “Guida perversa al cinema”. Mostrava come un film non è mai solo il racconto per immagini di una storia ma riveli dinamiche psichiche e sociali profonde, spesso nascoste o rimosse. Non sempre chi lavora nell’industria cinematografica e nel suo indotto ne è consapevole. Lo è invece un manager umanista, come Raphaël Brunschwig, CEO del Locarno Film Festival che ogni anno attira decine di migliaia di spettatori in Piazza Grande. Dall’infanzia in Valcolla alle sponde del Verbano, Brunschwig ci è arrivato passando per la lettura di quegli autori che nel Novecento hanno cercato una terza via, spirituale, tra capitalismo e comunismo. Uno scenario che sembra ripetersi nell’epoca “innominabile attuale”, come ama ripetere il manager quarantenne, citando Roberto Calasso; un’epoca fondata sull’inconsistenza. E lo “spirito di Locarno”, quello del Patto di cui ricorre il centenario, potrebbe rivelarsi un sentiero alternativo da continuare a percorrere. Come? Ce lo spiega lo stesso Brunschwig in questa intervista.
Perché il Locarno Film Festival è un “sismografo della realtà”?
Era una definizione di un ex direttore artistico che trovo molto calzante. Il festival non può restare immobile mentre tutto intorno cambia. Dalla produzione dei film alla distribuzione, dalla fruizione ai meccanismi di finanziamento, alle abitudini del pubblico, al sistema mediatico: è cambiato tutto. Se nei bei vecchi tempi c’era un pubblico che si generava automaticamente perché c’era un sistema di riferimento legato alle sale che mostravano cinema d’autore, e c’era la stampa che veicolava i nostri messaggi con giornalisti che lo facevano e soprattutto lettori che leggevano e seguivano, ora questa dinamica è andata in crisi.
Come si è adattato il festival a questi cambiamenti?
Innanzitutto, va detto che la nostra struttura del pubblico ha tre componenti distinte. Abbiamo un 20% internazionale, quello non è messo in crisi perché è la parte B2B, l’industria che viene qui a lavorare.
Locarno rimane un festival rilevante per un certo tipo di industria, è tra i dieci più importanti al mondo. Poi c’è circa un 30% ticinese che viene perché interessato alla cultura, o perché è un grande evento, con una dimensione esperienziale molto forte: le lounge, i bar, la nightlife. Infine, c’è il 50% di pubblico svizzero tedesco o romando, ed è qui che dobbiamo lavorare di più.
In che senso?
Su questo 50% fino a qualche anno fa avevi gente che andava nei cinema Arthouse diverse volte al mese e aveva i riferimenti per venire qui quasi in automatico. Generazioni di cinefili per cui il cinema aveva un ruolo chiaro nell’educazione e nella formazione intellettuale. Questa cosa non c’è più. Si producono più film che mai, ma vengono consumati in modi diversi. E soprattutto non c’è più un sistema mediatico strutturato, basti guardare alla quasi scomparsa dei critici cinematografici.
Come avete risposto a questa sfida?
Il festival è dovuto diventare un media, assumersi la responsabilità di questa comunicazione. Ma soprattutto abbiamo dovuto farci grossissime domande su come continuare a rigenerare i nostri pubblici. È così che sono nate iniziative come Locarno Edu, Locarno Kids, la mediazione culturale, ma anche il lavoro sui giovani creativi con la Locarno Factory e Basecamp. Quest’ultimo è uno dei progetti più belli che abbiamo fatto: nato inizialmente in un’ex caserma, ora continua a ospitare giovani creativi a cui risolviamo non solo il problema dell’ospitalità durante il festival, ma li rendiamo anche una comunità attiva che – per esempio - crea arte, produce riviste, fa musica
State anche valutando di cambiare date?
È una delle ipotesi. La ragione è semplice: a livello internazionale la crescita sia artistica che economica è condizionata negativamente dal fatto che siamo nelle settimane di agosto, nelle quali tutti.i professionisti a livello internazionale sono in vacanza. Compresi attori e registi. Visto che il festival è innanzitutto una piattaforma B2B attorno alla quale costruiamo un evento per un pubblico il più ampio possibile, se vogliamo crescere, avere almeno un weekend in luglio diventa fondamentale.
Lei è anche membro della Ticino Film Commission. Come vede il rapporto tra produzione e proiezione cinematografica nel territorio?
C’è ovviamente un potenziale enorme. La produzione cinematografica è anche una forma di marketing territoriale, di promozione di una cultura. Il cinema è soft power. Per una nazione è importante che la cinematografia delle proprie storie venga raccontata in casa propria. Noi abbiamo un cantone a vocazione turistica, ma al di là di questo, il prestigio di una regione può essere determinato in modo fortissimo dalle produzioni cinematografiche.
Lei ha passioni al di fuori del cinema?
Cito Solari: come cardinale devo essere almeno cattolico. Ovviamente frequento questo mondo direttamente e indirettamente, ma è bene non condividere troppo le opinioni: abbiamo una governance chiarissima per cui nessuno entra nella libertà del direttore artistico. La mia passione vera è la letteratura, soprattutto la psicologia del profondo, come Jung. Penso sia importante, in una funzione come la mia, che ha un impatto sulle cose pratiche, avere un rapporto consapevole con la dimensione simbolica, inconscia. Perché meno ne sei consapevole più ne sei soggiogato.
Interessante questo legame tra psicologia e management culturale...
Sì, ci sono molti autori contemporanei su questo. Quest’anno per l’apertura degli eventi letterari abbiamo invitato Erik Davis, che oltre vent’anni fa aveva scritto “Techgnosis”, mettendo insieme la relazione tra tecnologia e misticismo. Mostrava come tutto quello che è successo da Steve Jobs in poi è fortemente influenzato da una dimensione gnostica. Anche nel nostro rapporto con i cellulari c’è qualcosa che trascende l’aspetto utilitaristico.
Come immagina il festival tra dieci anni?
Se c’è una cosa che abbiamo imparato durante la pandemia è che l’esperienza fisica di comunità è insostituibile. Locarno deve continuare a lavorare sulla magia e sul piacere che si prova a stare qui. È un festival piacevole, divertente, dove si sta volentieri, con il lago, la montagna, accessibile.
Cosa possiamo migliorare? Idealmente essere capaci di anticipare la stagione degli Oscar che ora parte con Venezia, fosse anche solo con un film all’anno, e così elevare il prestigio del Festival tramite Piazza Grande, e creare una comunità attiva sempre più grande e collegata a noi tutto l’anno, magari anche attraverso piattaforme in altre realtà, come stanno facendo Art Basel o Montreux.
E la mission di scoperta rimane centrale?
Assolutamente sì. Dobbiamo continuare a mostrare la diversità del mondo, facendo un lavoro di ricerca su quelle cinematografie emergenti meno visibili, perché ciò fa parte del DNA di Locarno. Leggevo uno studio sui media e di quanta parte dell’informazione dedicano al Sud globale: pochissima, e quando avviene è per lo più in termini negativi. In realtà, altre realtà e culture hanno moltissimo da insegnarci.
Raphaël Brunschwig rappresenta una generazione di manager culturali che deve saper coniugare visione artistica e sostenibilità economica, territorio locale e respiro internazionale. Nel suo ufficio, mentre descrive le sfide future del festival, emerge chiaramente come il “sismografo della realtà” di cui parla non registri solo i cambiamenti, ma li anticipi, li interpreti e li trasformi in opportunità creative. Perché, come dice lui stesso citando il suo direttore artistico, “l’ultima volta che ho controllato, i film si facevano con i soldi”, ma con quei soldi si può scegliere se raccontare una realtà autentica o inseguire solo logiche commerciali. Locarno, nella visione di Brunschwig, continuerà a scegliere l’autenticità.
Foto: ©Locarno Film Festival / Ti-Press
Raphaël Brunschwig
Anno di nascita: 1984
Professione: Manager culturale
Entra a far parte del Locarno Film Festival nel 2013 e, dal 2017, è a capo della sua gestione operativa. Attualmente ricopre l’incarico di CEO del Festival. È inoltre presidente degli Eventi letterati Monte Verità e Co-Presidente di Swiss Top Events, l’associazione che riunisce i nove principali eventi sportivi e culturali della Svizzera, è anche membro di diversi enti e associazioni, tra cui la Ticino Film Commission. È inoltre membro del Consiglio di fondazione della Fondazione Eranos, nota per le sue celebri conferenze che approfondiscono temi culturali, religiosi e spirituali attraverso un approccio multidisciplinare.






