Un po' di pazienza
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Story

Sulle strade del Tour de Suisse

Olivier Senn ha le montagne negli occhi e l’adrenalina del ciclismo nel sangue. A 55 anni, questo figlio di Gansingen - piccolo comune dell’Argovia - ha trasformato la sua passione giovanile per le due ruote in una missione: rendere il Tour de Suisse non solo una delle corse più prestigiose del panorama internazionale, ma anche un vero manifesto della bellezza elvetica. Perché il Tour de Suisse non è solo una corsa: è una vetrina che porta la Svizzera in 140 paesi del mondo attraverso la televisione, un’occasione per mostrare vallate nascoste e tradizioni locali a milioni di spettatori. Ma come si organizza e si promuove una gara ciclista professionistica a tappe?
L’abbiamo chiesto a Senn.

Come è nata la sua passione per il ciclismo e come si è evoluta fino a diventare il suo lavoro?

Sono cresciuto con il ciclismo, era nell’aria di casa. Da bambino guardavo le corse in televisione e sognavo quei paesaggi, quelle salite. Poi ho iniziato a pedalare seriamente, ma mi sono reso conto che il mio talento non era sufficiente per arrivare ai vertici. Però l’amore per questo sport è rimasto, e quando mi si è presentata l’opportunità di lavorare nell’organizzazione di eventi ciclistici, ho capito che potevo contribuire al ciclismo in un modo diverso ma altrettanto importante.

 

Il Tour de Suisse non è solo una corsa, ma anche un grande progetto di promozione territoriale. Come bilanciate l’aspetto sportivo con quello turistico?

È la vera sfida del nostro lavoro. Abbiamo davanti a noi tutta la Svizzera e dobbiamo scegliere un percorso impegnativo per i corridori, ma anche sostenibile per le comunità locali. Noi portiamo qualche migliaio di persone al seguito, abbiamo bisogno di hotel e servizi, ma alla fine il vero valore è la comunicazione, la presentazione della regione, del villaggio, della città a livello nazionale e internazionale.

 

Quest’anno avete portato il Tour anche in Italia, in Valchiavenna. Come scegliete questi percorsi transfrontalieri?

Non lo cerchiamo attivamente, sono gli amministratori della Valtellina che sono venuti da noi. Noi però abbiamo solo 8 giorni di gara, non siamo un grande giro con 21 tappe. Al massimo possiamo fare una tappa con sconfinamento in un altro paese. Penso sia bene per l’internazionalità del Tour de Suisse, ma non è la cosa essenziale.

 

Ci sono località che sogna di includere nel percorso?

Per me la realtà è più importante dei sogni. Certo, per il ciclismo salite come la Tremola sono spettacolari e possiamo prevederle ogni 3-4 anni. Anche se potendo la inserirei sempre: il Gottardo è importante in Svizzera e la Tremola è molto bella, molto scenografica.

 

Il Tour aiuta anche a promuovere nuovi percorsi per i ciclisti amatoriali?

Speriamo! Questo è un buon esempio: voi fate una nuova strada per i ciclisti e noi possiamo fare la comunicazione nazionale e internazionale per questo. Per noi la cosa più importante è che molti svizzeri vadano in bicicletta, e che vengano al Tour de Suisse in bicicletta, non in macchina.

 

Come funziona la macchina televisiva del Tour de Suisse?

Abbiamo due elicotteri, uno per la corsa, uno per le immagini. Alla fine noi diciamo che il Tour de Suisse è la migliore pubblicità per la Svizzera perché facciamo tante immagini di tutte le regioni e poi siamo trasmessi in 140 paesi del mondo. Cerchiamo di trovare far vedere la bellezza della Svizzera e dei suoi Cantoni.

 

È mai capitato che qualcuno le abbia detto di aver scoperto una zona grazie alle immagini del Tour?

Sì. E a volte guardando in televisione anch’io dico “Ma non sapevo che fosse così bello quel posto”, magari ci sono passato ma ci avevo fatto caso. Il Tour è un modo per scoprire anche il territorio in un modo diverso.

 

Avete tifosi che seguono la corsa come succede al Tour de France?

Sì, ma non molti. Normalmente dall’area di Berna, 20-30 camper che seguono la corsa. Non è come al Galibier. Ma c’è un seguito appassionato.

 

Come vede il futuro del ciclismo svizzero e del Tour de Suisse?

Il ciclismo in Svizzera ha una tradizione lunga e consolidata. Il nostro obiettivo è mantenerla viva, renderla accessibile alle nuove generazioni e allo stesso tempo rispettare l’ambiente.

 

Un messaggio finale per gli appassionati di ciclismo?

Il Tour de Suisse è molto più di una corsa: è una celebrazione della Svizzera, del ciclismo e della bellezza che ci circonda. Ogni anno cerchiamo di offrire otto giorni di emozioni pure, dove sport e territorio si fondono in un’esperienza unica. E ricordate: la bicicletta è il modo migliore per scoprire il nostro paese!”

Olivier Senn s’affaccia dall’auto che guida la carovana del Tour, guarda verso le montagne del Moesano. Sa che ogni curva, ogni salita, ogni discesa porta con sé responsabilità immense, ma anche la possibilità di regalare emozioni uniche a corridori e spettatori. In fondo, è questo il vero spirito del ciclismo: la capacità di trasformare la passione in un viaggio condiviso attraverso la bellezza.

Olivier Senn

Anno di nascita: 1970

Professione:  direttore Tour de Suisse

 

Senn è stato corridore élite di ciclismo negli anni Novanta. Attualmente è co‑amministratore delegato di Cycling Unlimited AG, società organizzatrice del Tour de Suisse, di cui è direttore. Ha inoltre rappresentato importanti corridori svizzeri come Stefan Küng e Stefan Bissegger. Dal 2014 al 2018 è stato direttore generale dell’evento, per poi riprendere pienamente il ruolo nel periodo post-pandemico. Ricopre e ha ricoperto numerosi incarichi nel ciclismo internazionale.

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Conoscete la route 66? Senz’altro ne avete sentito parlare, romanzi e film l’hanno scelta come ambientazione di avventura Coast to coast negli USA. La #route26 forse non diverrà così famosa ma lo slogan “Ventisei. Poi ci sei”, come tutte le idee creative nate da Lulo Tognola, promette senz’altro di trasformarla in un sogno (o in incubo) per i ciclisti che decideranno di affrontarne i 26 tornanti da Grono a Santa Maria in Calanca.

Tognola, vulcanico grafico, vignettista e illustratore, nonostante le 78 primavere non smette di regalare il suo senso dell’umorismo. Con un’occhiata al marketing.

“Bene il passaggio del Tour de Suisse che ha dato visibilità al Moesano - spiega Tognola - ma occorre anche pensare a come comunicare in modo memorabile una salita, farla diventare un punto di riferimento per i ciclisti amatoriali. Da qui è nata l’idea della Route 26 e dello slogan”. 

Del resto a Grono, l’attenzione per le due ruote è alta, è già stato inaugurata una splendida ciclabile di 6,6 km lungo l’ex sedime della Ferrovia Retica, con partenza da Lumino. E da qualche anno, si propone «Temperature in sella», un’alleanza climatica-sportiva con il comune di La Brévine. Cinquanta ciclisti in cinque tappe percorrono la distanza che separa i due comuni, a scopo di solidarietà e per sensibilizzare sullo stato di salute del pianeta.

Alla fine il  battesimo della #route26 è stato il 19 giugno, festa del Corpus Domini. L’arrivo del Tour de Suisse a Santa Maria in Calanca è stato una grande festa di sport con i tifosi che hanno incitato i propri beniamini lungo i 26 tornanti da ripetere due volte. Lo spettacolo non è mancato con Onley vittorioso per pochi secondi su Almeida, che nei Grigioni ha lanciato la prima di una serie di stoccate che l’ha poi portato a trionfare la domenica successiva al Tour de Suisse. Il passaggio del giro a tappe elvetico è stata un’ottima vetrina per la regione con riprese panoramiche dall’elicottero sul San Bernardino, il castello di Mesocco e le altre bellezze naturali del Moesano.